Prendiamo l’etimo d’“intelligenza”, ossia ciò che definisce il tratto principale dell’uomo. E prendiamo anche due uomini agli antipodi: uno grande pensatore occidentale, di razza bianca con cultura oceanica e “modernamente” agnostico; l’altro, un povero contadino analfabeta africano, di pelle nera ma cattolicamente religioso. Tra i due, il secondo potrebbe facilmente essere molto più intelligente del primo! L’intelligenza, infatti, deriva da intelligere, cioè “legere” (capire la realtà, ovvero saperla leggere); e dal prefisso “in” (ovvero dentro, al di là delle cose stesse). Ciò che costituisce l’intelligenza non è dunque la cultura, anche se parecchio coltivata, ma la consapevolezza della sua totalità esaustiva e integrata, per conseguenza trascendente, armoniosa e unificata nell’assoluto divino della Verità. Tesi questa, contestata vivamente oggi in Occidente e dal cui dirimere, anche nel funesto, dipende la Salvezza del futuro umano.
Tra “l’uomo è lupo per gli uomini”, attribuito in genere falsamente all’inglese Hobbes e la “società naturale” del precristiano Aristotele, non c’è vera opposizione: sono i lati nella stessa medaglia della convivenza dominata dalla “paura” dello Stato modernista, sulla “fiducia” della sua Comunità socievole. Gli arzigogolati psicologismi, sociologizzanti detti moderni, non sono mai riusciti a